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Perché un triestino in Italia?

    
 "Il carattere di un popolo è la sua storia solo la sua storia" sosteneva B. Croce (ma aggiungerei anche la sua lingua), e io ho avuto spesso l'impressione, dopo che mi sono trasferito appunto in Italia mettendo a dura prova le mie possibilità  economiche e culturali, di sentirmi più austro-ungarico che italiano.
Perché a cominciare dalla nostra nascita siamo formati dalle parole degli altri. Infatti coloro che mi hanno allevato parlavano solo in dialetto e una persona proveniente dal sud veniva definita un "italian" o addirittura un "foresto". Trieste era una città dove un viaggiatore che chiedesse informazioni sull'ubicazione di un indirizzo cittadino si sentiva rispondere solo in dialetto. Quando ero bambino e durante tutta la mia adolescenza mi esprimevo solamente nel dialetto triestino che definirei la mia lingua madre.
L'italiano lo imparai più tardi tra i 16 e 17 anni quando incominciai a occuparmi di teatro. Avevo un buon orecchio e imparai velocemente. Mi aiutarono i 2 anni trascorsi a Roma quando frequentai l'Accademia d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico". Al mio ritorno dicevano che parlavo romanesco. Ma lo studio della dizione mi piaceva. Le vocali aperte o chiuse , dire il "sole" invece che "el sòl", la "notte" invece che "la note", trasformare il "cossa te vol" in "cosa vuoi", era come imparare un'altra lingua. Per questo io chiamo l'italiano "la mia lingua matrigna".
Ma il linguaggio che apprendi nei primi anni di vita non ti abbandona mai. Si può parlare un italiano perfetto ma qualche sia pur leggero accento rivela la tua origine. Nel dialetto c'è l'essenza di una popolazione, la sua filosofia di vita, il suo modo di vivere le emozioni, il suo modo di gestire.

Ma aggiungo anche perché è la città della bora e io adoro il vento, specialmente quando gonfia una vela o quando fischia passando tra i camini e sbatte le persiane. O forse perché così mi sono sentito quando mi sono trasferito a Roma ed ero l'unico ad arrivare puntuale agli appuntamenti. O più semplcemente  lo devo al vino del carso nelle "osmize" o alla "mule" triestine che erano le ragazze più libere d'Italia. O perché ho vissuto a Trieste i primi trent'anni della mia vita.



 
 
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