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Autointervista

 

Perché un'auto-intervista?
Perché così potrò raccontare qualcosa di me e potrò così cercare di spiegare in qualche modo la presenza del mio sito in questa cloaca massima che è il web, dove scorre il meglio e il peggio dell'uomo. Anche se in realtà cosa può raccontare di sé un attore teatrale? Non rimane nulla di questo mestiere: qualche titolo di commedia, qualche locandina, delle foto. Perché è un mestiere scritto sull'acqua,una serie di morti successive diceva J.L.Barrault. E per rispondere alla domanda su come si fa a resistere tanti anni dentro questo mestiere "che ha sempre in sé qualcosa di infame e di indegno, qualcosa di vano e di inutile" citazione da Giorgio Strehler che mi piace particolarmente e ovviamente condivido.

Cosa vuol dire essere un attore?
Veramente non lo so più. Forse lo sapevo quando ho incominciato. Eravamo in pochi e quasi ancora in odore di non poter essere seppelliti in terra consacrata. Ma oggi è attore chi fa uno spot pubblicitario, chi partecipa al "Grande fratello", chi conduce programmi televisivi, chi fa l'animatore nei villaggi turistici, chi fa il presidente del consiglio, chi fa politica, chi governa il mondo. Come vede non so risponderle

Lei come ha fatto? Sentiva una vocazione? O è stata una casualità?
Pura casualità. Le circostanze. Come la mia nascita. La vita è fatta di circostanze. Perché ho fatto l'attore? perché ho conosciuto una ragazza quando avevo sedici anni, il primo amore della mia vita, attrice in una filodrammatica di Trieste.Non credo esista una vocazione teatrale o perlomeno è una sensazione che non ho mai provato. Ma si legga su questo sito la lettera di Strehler a Jouvet, splendido scritto sulla vocazione teatrale.

Mi diceva di una ragazza?
Si, una ragazza. Anni di collegio dai preti, mi avevano reso introverso, timido e silenzioso. Un amico mi portò ad assistere alle prove di una filodrammatica dove lei recitava. Aveva quattordici anni, ma ne dimostrava di più. Una donna. Venivo da una esperienza adolescenziale nella quale la donna non aveva ragione di esistere. Un essere con la gonna e i capelli lunghi. Quando la vidi provai delle emozioni di cui non conoscevo l'esistenza. Un rincoglionimento totale. A pochi giorni dal debutto il protagonista si ammalò abbastanza seriamente. Disperazione della compagnia. E la luminosa idea del regista. Mi puntò gli occhi addosso:"Tu hai assistito a tutte le prove, lo sostituirai tu". Mi venne una paralisi. Io parlavo in triestino e a mala pena conoscevo la lingua italiana. Balbettai qualcosa, ma non fui ascoltato. Fui scaraventato sul palcoscenico. Si alzò il sipario: davanti a me nella penombra in platea una marea di teste. E avvenne una specie di miracolo: io, timido e introverso mi ritrovai tranquillo e sicuro di me e sentii un come se avessi un "potere" verso quelle persone che mi ascoltavano. Fu allora che scoprii che spesso molti attori sono dei timidi nella vita e se non lo sono forse non sono dei veri attori o sono attori ma privi di talento. Come disse una volta Vittorio Gassman a proposito di un collega:- "è un bravo attore, ma assolutamente privo di talento"-. E Vittorio era un grandissimo timido. Fu così che pensai che quello era un lavoro che avrei potuto fare, anche perché non mi sembrava un "lavoro".

Se non lo considera un lavoro, cosa si sente di essere allora: un artista?
Macché un artista, non scherziamo. Per essere un artista un attore deve farsi il "suo" teatro, deve coltivarsi la sua pazzia e non è detto che anche così ci riesca. Io sono stato sempre uno scritturato. Come si fa ad essere artisti se si è costretti a recitare in testi scelti da altri, a recitarli come vogliono i registi. Mio Dio, i registi: per uno geniale o due decenti, tutti gli altri sono una schiera di imbecilli. Gli attori sono per il regista l'impossibilita di realizzare il proprio sogno, mentre i registi sono per gli attori l'impossibilita di essere sé stessi.

Non le sembra un giudizio troppo severo?
Si, si certo, severo è dir poco. Non sopporto questa categoria che ti distrugge la personalita, ti priva della tua creativita e se li mandi a quel paese non lavori più, visto che sono i datori di lavoro di questo maledetto mestiere. Le cose migliori che ho fatto nella mia vita sono state quando mi hanno lasciato la libertà di creare qualcosa di mio, ma è accaduto poche volte. In genere ho cancellato io dei registi dalla mia vita professionale più che farmi cancellare da loro, cosi come ho cancellato il doppiaggio e la televisione.

Se ne rammarica?
Neanche per sogno. Di una cosa solo mi rammarico: di aver lasciato il teatro per una decina d'anni, anni in cui ho lavorato prevalentemente in televisione, alla radio e nel doppiaggio.

Mi pare di capire che lei non ama il doppiaggio?
Ho sempre odiato il doppiaggio. Alzarsi all' otto di mattina per trovarsi alle nove magari a recitare la morte di uno stronzo di gangster americano. Insopportabile. Considero il doppiaggio un buco nero che ha ingoiato decine di attori di anche di talento, i quali hanno deciso di farlo a tempo pieno scegliendo i rilevanti guadagni che questo mestiere permette, supplendo così alla cronica disoccupazione teatrale. Ma il doppiaggio non ha nulla a che fare con l'arte teatrale, è un mestiere a sé, una convenzione. Si dice che i doppiatori italiani siano i più bravi nel mondo, il che probabilmente è anche vero visto che la provenienza degli attori del doppiaggio è la più svariata: alcuni sono stati partoriti nelle sale di registrazione e hanno incominciato a doppiare passando dal biberon al microfono, altri si sono imparentati e hanno formato società e cooperative con mogli, figli, amanti, cugini e cognati. Ma il doppiaggio di routine è inascoltabile, si tratta della più improbabile recitazione mai sentita, si recita in "doppiaggese". Basterebbe immaginare Alberto Sordi doppiato in tedesco per averne orrore, non so se rendo l'idea. Borges diceva che il doppiaggio è quella cosa che permette a un attore di recitare in una lingua, ma di gestire in un'altra. E poi del doppiaggio si parla solo degli attori mentre è fatto anche dai traduttori, dagli adattatori, dagli assistenti e dai direttori e dai tecnici di registrazione. Ma ormai è un male necessario, come le automobili, solo che andrebbe regolamentato diversamente instaurando la "voce-volto" che un gruppo di attori con in testa G.M.Volonté tentò di rivendicare negli anni '80, anche se con scarsi risultati data la resistenza di produttori e registi.

E il cinema?
Il cinema appartiene al regista. E al mercato. Se un film non incassa non lavori mai più. Il cinema è ore ed ore di attesa fumando una sigaretta dietro l'altra, mangiare gli orrendi cestini del catering, magari seduti per terra, alzatacce ad ore impossibili per poi per diventare una serie di fotogrammi in attesa di diventare ricco e famoso. Ed è inoltre un problema fotografico, bisogna avere la faccia giusta specie in Italia, tanto se non sai recitare vieni doppiato. E poi come dice I.Bergman:" La cinepresa si innamora dei veri attori cinematografici, mentre ne detesta altri che a teatro possono essere molto efficaci. Possono agitarsi quanto vogliono, per quanto siano geniali, è come se non piacessero alla cinepresa, che non li ama e li rifiuta. E non se ne conosce mai la ragione. E' un vero mistero, ma è così"

E come la mettiamo con la televisione?
Ne ho fatta abbastanza. Ai tempi del bianco e nero,quando la facevano gli attori di teatro. Un'altra epoca. C'era solo la RAI, la RAI democristiana. Poi venne la RAI democristiana-socialista, poi la RAI democristiana, socialista-comunista e poi, con l'avvento delle private, la TV berlusconiana, un mondo a colori. E tutta l'Italia si è trasformata in un popolo di attori: i politici si sono messi a cantare, a ballare, a raccontare barzellette, negli ultimi tempi anche a prendersi le torte in faccia;sono nati i talk-show, le soap, i reality-show, le fiction, i format; la qualita più richiesta per diventare delle "star" è diventata quella di non saper fare assolutamente niente; le guerre e i problemi del pianeta sono scomparsi dietro le minigonne; si è chiamata realtà (reality) la finzione pil spudorata e sono nati i "Signori della Televisione" che non si stancano mai, sono onnipresenti: conducono programmi, fanno gli ospiti nei programmi altrui, negli intervalli fanno pubblicità, si premiano a vicenda tra mogli e mariti con i Telegatti. Hanno inventato "Il grande fratello", un programma che esalta il nulla assoluto dove alcuni personaggi inesistenti vengono osannati per il solo fatto di apparire in Tv mentre cazzeggiano in mutande e si strofinano con le ragazze, creando in questo modo un pubblico di guardoni deficienti. Inventano programmi con domande sceme per far risaltare l'analfabetismo italiota, fanno cantare chi non sa cantare, ballare chi non sa ballare, coinvolgendo casalinghe, vecchietti, esibizionisti della domenica e il pubblico pagato applaude a comando. Sono riusciti a rincretinire talmente la gente da far apparire loro il Signore dei Signori della TV come il salvatore della Patria, facendolo diventare Presidente del Consiglio. Tutto ciò che richiama alla cultura e al buon gusto viene relegato nelle pieghe dei palinsesti in ore notturne infrequentabili dalla gran parte del pubblico. Si parla di politica estera o di economia o di guerra e tutto diventa un agone da bar dello Sport come "Il Processo di Biscardi", una rissa continua, ma suona una campana ed entra la figona di turno a dire la sua. I personaggi sono sempre gli stessi e rimbalzano da un programma all'altro come le palline di ping-pong, non esiste un confronto civile perché tutto c orchestrato ad arte per non far capire nulla.

Lei non ama il doppiaggio, non ama il cinema, detesta la televisione. Ma che mestiere ha fatto nella sua vita e cosa vorrebbe fare dei suoi giorni? Solo teatro?
A esser sincero preferirei fare il giro del mondo in barca a vela. Io come le dicevo, non ho mai avuto "vocazione teatrale". In realtà il mestiere dell'attore ha il suo fascino e attira stuoli di giovani perché più che un lavoro è un'avventura esistenziale. Non ha neanche una fisionomia giuridica, è un libero professionista avendo tutte le stimmate di un lavoratore dipendente senza però i benefici di quest'ultimo essendo un lavoro precario per eccellenza Mi spiego : è un lavoro perché ti danno dei soldi, hai una partita IVA, paghi le tasse, vai in pensione, in pratica ci campi (ammesso che ti riesca visto che la media delle giornate lavorative di un attore secondo i dati dell'ENPALS sono di 50 giornate l'anno ), ma non è un lavoro, perché in fondo si tratta di fingere di essere un altro e la cosa non pare complicata visto che comunque tutti fingiamo quotidianamente di essere noi stessi; non è un lavoro più di quanto non lo sia quello di una prostituta che finge la copula per denaro e per questo viene chiamato "mestiere", il mestiere più antico del mondo, forse come quello dell'attore. Grottosky descriveva l'attore come santo o come prostituta. Io però non mi sento di appartenere a nessuna di queste due categorie.

In definitiva: che cosa significa per lei il teatro?
Il teatro è un gioco. Recitare si dice " play " in inglese, che significa anche giocare. Che cosa chiede un bambino nei primi anni di vita: " Papa, facciamo che tu sei il lupo e io cappuccetto rosso?" e questo è teatro nella sua forma più elementare, per lo meno nella nostra cultura. Io mi sono sempre divertito a fare dei personaggi, a essere altro da me, raccontare le loro storie e per dirla con L.Jouvet: " per insegnare agli uomini che vi è altro da quello che accade intorno a loro, altro da quello che essi credono di vedere e di sentire, che vi è un rovescio di quello che credono sia il diritto delle cose e degli esseri per rivelare se stessi a loro stessi". Si fa teatro perché si ha l'impressione di non essere mai stati né di poter mai essere se stessi e perché finalmente, così, si potra esserlo.

La ringrazio.
Ma vorrei aggiungere una cosa. Vede, è da anni che si parla di crisi del teatro, della morte del teatro, ma penso che ciò non sia vero. Finché esisterà l'uomo esisterà il Teatro. Penso però che esso sia in un coma profondo, avviato ad un improbabile risveglio, circondato da personaggi che cercano di sussurrargli nell'orecchio parole come: Shakespeare, Cechov, Pirandello, Miller, Pinter e quelli di altri autori del repertorio classico, ma lui non li può sentire perché sa che sono nomi del secolo scorso e sa anche che ciò che lo tiene in vita son solo le burocrazie statali, sa che se chiudessero tutti i teatri non succederebbe nulla, mentre se chiudessero gli stadi scoppierebbe una rivoluzione, sa che viviamo in un epoca di grandi numeri e che lo stanno trasformando in un palinsesto televisivo, sa di essere il parente povero nella grande Societa dello Spettacolo, sa che se Strindberg rinascesse oggi scriverebbe una sceneggiatura cinematografica o un fiction televisiva e non certo una commedia in tre atti, sa di essere il "teatro di prosa" gestito da amministrazioni politiche, sa di essere ricoverato in una clinica che ha nome Cultura dove mancano i posti-letto e deve accontentarsi di una barella in corridoio e sa infine, ma cerca di non pensarci, che c'è stato Carmelo Bene che lo voleva definitivamente sepolto.



 
 
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