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C.Bene

Ricordi
Ho conosciuto Carmelo Bene in casa Papi a Firenze, poiché eravamo ambedue ospiti di Annamaria, la padrona di casa. Eravamo allora poco più che trentenni con tutte le sfrenatezze di quell'età, ma mi accorsi ben presto che le mie erano poca cosa rispetto alle sue per cui lo classificai come una persona infrequentabile. Ricordo come memorabile una notte in cui, con un bottiglia di wisky in mano e un altra in corpo, si mise a declamare dei versi di Dino Campana. Non gli andava giù che io mi ritirassi presto (alle quattro di notte) poiché dovevo essere in RAI alle nove, e si metteva a cantare arie di Rossini davanti alla porta della mia stanza. -"Un attore deve fare teatro non lavorare in RAI".- mi diceva. Era ancora all’inizio del suo percorso intellettuale che lo avrebbe portato ad essere quell’attore-filosofo, quel non-artista, quel sovvertitore cosmico, unico nella culturateatrale  occidentale, che sarebbe poi diventato. 
Era allora Carmelo lo scandalo delle cantine teatrali romane in particolare nel periodo del laboratorio in S.Cosimato. Io abitavo in via S.Cosimato in Trastevere e frequentavo allora Leo de Berardinis, Piero Panza, collaboratori in seguito di Carmelo, e Mario Ricci con il suo teatrino alle Orsoline, e c’erano le ubriacature al Privé di via dell’Oca con Piero Ciampi, uomo di una tristezza assoluta ma di un’ironia mortale. Erano gli anni del ’68. Anni in cui si voleva “piantare un chiodo nel cranio del mondo” e seppellirlo con una risata. Fu in quel ”humus” che nacque e crebbe Carmelo. Perché i gèni sono figli del loro tempo. 
Anche se, in verità, con il suo debutto nel “Caligola” di Camus nel ’59, ebbe il merito di anticiparlo di una decina d’anni.




Confessa in un'intervista a Repubblica A. M. Guarnieri:
"Oggi capisco chi è stato Carmelo Bene.
Per anni noi della "Compagnia" abbiamo riso delle sue assurdità.
Oggi mi rendo conto di aver perso qualcosa di fondamentale".




Aveva una sua sorta di religiosità, quella del "Sud dei Santi, conosceva la patristica, citava la storia di San Giuseppe da Copertino, il "santo stupido che però volava", il misticismo e l'abbandono estatico delle Sante e S. Agostino, il Santo libertino; aveva servito nella sua adolescenza a 2000 messe e partecipato al rito teatralmente pagano della Santa Messa e bevuto di nascosto il vino (il sangue) del celebrante,e forse è incominciato tutto da lì; ha praticato il libertinaggio più sfrenato per poi passare ad una vita claustrale da monaco, nella sua Otranto; ed è riuscito a volare Carmelo, a volare molto in alto, sopra le teste di tutti noi, in dimensioni dove non potevamo più seguirlo, nell'esperienza "dell'oltre".

“Io penso che nello sciocco e sciancato 2000 non ci sia posto per il teatro perché ne mancano i presupposti anche se il pubblico ci va perché gli abbonati esistono sempre, abbonato è una brutta parola, il mondo è pieno di abbonati ma non per questo sono un pubblico in quanto sono un pubblico di collettivo, non sono un pubblico di individui. Non si può fare un teatro civile perché non esiste solo una realtà civile, la realtà civile è il surrogato di un’altra realtà, più tragica, più profonda, e quindi è un’augurio questo silenzio, un augurio che io faccio a questo teatro sperando che si dia per spacciato una volta per tutte, senza bisogno di guerre perché anche le guerre sono un cavillo, ci vorrebbe una grande epidemia forse, allora potremo incominciare di nuovo a ridere". C.B.


E forse oggi questa epidemia la stiamo già vivendo.
Basta leggere i giornali e le locandine dei teatri per accorgesene.
O accendere la TV.

 
 
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