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Sul Teatro

Riflessioni
 


In un’epoca dove la rappresentazione sembra essersi trasferita in altri luoghi come la Televisione e il Cinema non esiste luogo al mondo dove si può osservare l’uomo come in quell’universo emozionale e fisico chiamato Teatro. E non mi riferisco solo al momento della rappresentazione, che è il risultato ultimo di un lungo percorso, quanto a quello al quale partecipano gli attori, i registi, i tecnici e pochi altri addetti ai lavori, a cui si aggiunge, solo nell’ultima fase quando si alza il sipario, il pubblico. Mi riferisco naturalmente, onde evitare equivoci, al teatro della grande drammaturgia europea, e non al teatro dello "svago" o dell’"intrattenimento". Si assiste, seduti nel buio della platea, mentre sul palcoscenico vi sono le luci di servizio, al primo incontro tra gli attori, il regista e il testo. E si nota, da quel momento in poi, una sorta di amplificazione dei comportamenti; è come se tutto avvenisse al rallentatore, con improvvisi scatti di ritmo, fughe, pause, silenzi, bisbigli, si entra in una dimensione diversa, quella della "prova" teatrale appunto. Si notano innanzitutto le gerarchie: i giovani alle prime esperienze, gli attori adulti, il primo attore, la prima attrice, il regista che inizia evocando lo spettacolo e non uso a caso la parola "evocare" che significa richiamare dei fantasmi o dei morti da un’altra dimensione per facoltà medianiche - non diceva Barrault che il teatro è una serie di morti successive? - facoltà che un regista dovrebbe possedere. I registi sono quasi tutti degli attori mancati, non mancati nella carriera, ma mancati proprio nella testa ed è per questo che sono legati agli attori da un amore-odio inestinguibile ,come forse è per questa ragione che costoro si baciano e si abbracciano in continuazione. Gli attori sono per il regista l’impossibilità di realizzare il proprio sogno, mentre i registi sono per gli attori l’impossibilità di essere sé stessi. Il "grande attore" e il "grande regista" non sono mai andati d’accordo. Ma è proprio da questa distonia che a volte possono nascere grandi cose e rilevare una crudeltà intrinseca del teatro che è anche propria della vita dell’uomo. Gli attori dunque stanno in silenzio e ascoltano il regista. Incominciano a questo punto a prendere corpo i fantasmi dei personaggi : Amleto, Macbeth, Otello, Zio Vania, Edipo e quant’altri iniziano a materializzarsi lentamente, a sgorgare dalle "battute" cioè dalle parole pronunciate in questa fase dagli attori dapprima sottovoce poi via via in modo più marcato alla ricerca della migliore espressività, della giusta emozione che non è mai fine a sé stessa, ma sempre collocata nell’ambito di un gesto, di un movimento, di un respiro, che non è quello proprio, ma quello del fantasma che sta per essere evocato. Si profila in questo evento non tanto l’intelligenza degli attori, poiché molti attori sono essenzialmente stupidi, ma non per colpa loro in quanto l’intelligenza è una qualità che non viene loro richiesta, tranne rari casi, perché l’attore avrebbe il compito di "essere" non di "pensare di essere" e li riguarda piuttosto un’intelligenza del sangue e delle viscere che permetta loro di ricreare non certo uno specchio della vita – lo specchio e la copula, diceva Borges, sono esecrabili perché riproducono il genere degli uomini - ma forse l’incubo della vita, una metagenesi del reale costruita non solo emozionalmente, ma anche con tecniche precise ed inequivocabili. Che sono come far vibrare quello spazio, quel silenzio, quella dimensione che non assomiglia a nessun’altra, dove uomini chiamati attori consumano la loro incapacità di vivere la vita reale. Gli attori sono tutti dei grandi disadattati della vita. E come non esserlo avendo a che fare nel proprio quotidiano con i grandi temi del’esistenza umana, quali amore, morte, indifferenza, incomunicabilità, delitto, Dio e i Diavolo (il teatro puzza sempre un po’ di zolfo) tradimento, gioia e dolore, coraggio e viltà. Per poi infilare tutto ciò in una valigia o in un baule. Ed è nota, ma forse solo dai ristoratori, la loro sovreccitazione durante la cena rituale dopo lo spettacolo, come se, piombando da un’altra dimensione, volessero provare a loro stessi di far parte ancora di questo mondo e si tuffano nei filetti, nelle insalate, nei sorbetti fino alle due di notte per poi rifugiarsi nelle loro stanza d’albergo dove dormire fino a tardi, non sapendo di giorno dove andare, in attesa della sera per rientrare sotto le luci dei riflettori, su quel palcoscenico che li vede protagonisti di sé stessi anche se dicono due battute.
Dice Woody Allen: "Gli attori sono degli esseri umani. – Davvero? – risponde uno – ma li hai mai visti quando mangiano?"
Si sa che quello dell’attore è il mestiere più effimero che esista, ogni gesto a teatro si esaurisce nel suo farsi ed è un errore quello che molti pensano cioè che l’attore "entra" nel personaggio. Non si entra proprio in un bel niente, si "mostra" qualcosa, è come se si diventasse un doppio di sé, un altro diverso da sé costruito a tavolino in più o meno un mese di prove; è come comporre uno spartito con le sue pause, i suoi ritmi, la cui musica scende su una platea muta, anche se non sempre attenta e ricettiva come dovrebbe essere. E si è tanto più efficaci quando lo si "costringe" al silenzio, al silenzio pesante e terribile del teatro: si alza il sipario e si fa silenzio,"Che non è uno star zitti – dice Bergman – ma è il silenzio che precede qualcosa. La parola. Il silenzio tra noi e la coscienza di noi che è nella parola. Perché il pubblico, anche se non lo sa, in teatro prende coscienza di sé attraverso la parola e il silenziose nel teatro vuoto è un silenzio pieno e pesante. Pieno di energie spirituali".
Il silenzio, dunque. E la parola. E lo spazio. Uno spazio nero come un palcoscenico senza scenografia e senza luce, come l’inizio del mondo. Dove si da vita ad un evento che non assomiglia a nessun’altro, che ha una sua ritualità primordiale e che esiste da sempre forse come la pittura e la musica, molto prima della scrittura e della letteratura e contiene in sé l’essenza dell’essere umano condannato a sostenere i ruoli della vita. E in questo senso rivendico alla figura dell’attore il suo "essere teatro", non certo al regista, ma neanche all’autore, che sono frutto di accumulazioni culturali. Un uomo che altri uomini guardano per vedere rappresentati i propri vizi e le proprie virtù, la loro ignominia e la loro grandezza e non è un caso che per secoli gli attori non venivano sepolti in terra consacrata ritenendosi la Chiesa sola depositaria della rappresentazione umana. O forse oggi non è più così. E il sipario di ferro, come nel finale dei "Giganti della montagna" di Pirandello per la regia di Strehler, si è abbattuto sulla carretta di legno dei comici, frantumandola.


 
 
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