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Vita d'arista

Riflessioni
 


Vita da artisti: la condizione dei lavoratori dello spettacolo

Il teatro di oggi analizzato dalla Fondazione Di Vittorio in "Vita da artisti, una ricerca nazionale sulle condizioni di vita e di lavoro dei professionisti dello spettacolo", realizzata per la SLC-CGL.

Le persone che hanno lavorato come artisti in diversi settori dello spettacolo versando contributi (cantanti, attori, registi e sceneggiatori, concertisti e orchestrali, ballerini e coreografi, direttori e maestri d’orchestra, scenografi, costumisti) nel 2015 sono state 136.571. Gli attori sono più della metà. E’ significativo che il numero dei contribuenti sia aumentato del 14% fra il 2014 e il 2015 e soprattutto che siano aumentati gli attori, +40,3%. Il 71% ha meno di 45 anni, l’80% ha contratti a tempo determinato, la media delle giornate è di 34 giornate lavorative all’anno, e scende a 14 per gli attori (con retribuzioni media di 5.000 € pro capire/annuo). l campione analizzato è equilibrato per genere e si concentra prevalentemente nelle classi più giovani: il 26,8% ha meno di 30 anni, il 36,3% fra i 31 e i 40 e solo il 16,4% ha più di 50 anni. Più del 60% di chi risponde è attore, il 17 appartiene al gruppo “autori, registi, scenografi” (che sono stati accorpati), i musicisti sono il 15,6%, i ballerini il 6,9%. Alla domanda relativa al “settore” di lavoro, il 20% dichiara “multidisciplinare”, il 50,5% partecipa alla progettazione degli spettacoli e il 44,5% alla gestione e organizzazione. Il profilo del giovane artista (o creativo) che emerge è quello di un lavoratore mutante, flessibile, molto diverso dall’immaginario convenzionale, e dall’attore-intellettuale impegnato plasmato dai movimenti degli anni Sessanta e Settanta: è in grado di passare con una certa frequenza dal teatro alla musica alla danza (o magari di combinare i generi?), è partecipe sul piano artistico e organizzativo, non troppo consapevole rispetto ai temi del lavoro e relativi diritti (come si ricaverà da successive sezioni della ricerca), ma decisamente portato od obbligato all’auto-imprenditorialità (anche se la domanda se sia socio o meno di un’impresa nel questionario non c’è). E’ flessibile per necessità: il 60% svolge attività solo nell’ambito dello spettacolo dal vivo, mentre il 40% – i più giovani – fa anche (spesso prevalentemente) altri lavori. Secondo la ricerca, “dopo una certa età o si è entrati in maniera strutturata nel mercato oppure si sceglie di non perseguire più questa strada”
I lavori più frequentati, oltre all’insegnamento, sono nel commercio, nella ristorazione e nei servizi (come risultava anche nella ricerca di CRESCO). Lo spettacolo si conferma un lavoro povero: la metà del campione guadagna meno di 5000 € netti/anno, con molte differenze, ma la totalità degli under 30 guadagna meno di 10.000 € l’anno. L’indagine era aperta a tutti, ma sembra chiaro che fra i rispondenti non ci siano professionisti di grande chiamata: con qualche clamore si era diffusa qualche settimana fa la notizia che fra i redditi italiani più alti c’erano alcuni celebri attori, ma sappiamo tutti che si tratta di eccezioni, e sono le eccezione che confermano la regola (che questa ricerca restituisce molto bene). Anche sui VIP del settore però varrebbe la pena di fare un’indagine: nelle grandi compagnie di prosa, il costo di un primattore non di rado equivale a quello di una compagnia di 15 attori al minimo sindacale, ed è comunque superiore agli standard europei.
Il mercato del teatro è in perenne contrazione, ma la condizione itinerante resta dominante: il 57,1% lavora in trasferta spesso o sempre, ma in un caso su quattro dichiara che i rimborsi non coprono le spese. I lavoratori lamentano inoltre tempi di preavviso troppo ravvicinati, scarsi riposi, l’impossibilità o quasi di ammalarsi, per non creare guai agli altri e alla compagnia (e per non farsi sostituire): vale da sempre il motto the show must go on.
Sul fronte delle irregolarità, il dato più rilevante – già sottolineato – è che il 70% del campione dichiari di svolgere prove non retribuite. E’ piuttosto grave anche che il 43,9% non veda riconosciute nei contratti le giornate lavorative effettive (e che un lavoratore su 4 lo consideri un vantaggio reciproco).
Ma il dato più significativo è che “il 62,7% dichiara molto o abbastanza difficile continuare a fare questa professione nei prossimi cinque anni (e il 13,3 non sa rispondere)”

 
 
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